Un cippo su via Umido ricorda il sacrificio di Rino Geminiani

Un cippo su via Umido ricorda il sacrificio di Rino Geminiani

Era il 15 settembre 1944. Finita la cena, i fratelli Vito, di anni 32, Rino, di anni 24, e Geo, di anni 19, erano andati a coricarsi. Avevano lavorato l’intera giornata, ora sui campi ora nella stalla. Erano stanchissimi e presero subito sonno.

I Geminiani erano una famiglia di coloni mezzadri. Il podere Zucchera, di una cinquantina di tornature, era situato sulla via Umido, nei pressi della borgata Chiavica. Bisognava darsi molto da fare per vivere. La legge diceva che i prodotti andavano ripartiti a metà. Ma dalla metà del mezzadro c’era sempre qualcos’altro da togliere e dare al padrone: per il capitale investito, per l’uso delle macchine, per i concimi… e così via. Poi c’erano le regalie, cioè le galline, i conigli, le uova, che si dovevano portare alla signora in occasione delle feste più importanti dell’anno. Era la consuetudine, dicevano.

La giornata del mezzadro cominciava all’alba e terminava al crepuscolo. C’era sempre da fare. E tutte le braccia erano indispensabili. I tre giovani, Vito, Rino e Geo, in età di leva, erano rimasti tutti a casa dopo l’8 settembre. Non erano dei militanti politici, ma amavano la loro terra, il loro paese, il loro lavoro.

Ma erano di sentimenti antifascisti e proprio non se la sentivano di militare in un esercito come quello fascista repubblichino al servizio dell’occupante tedesco. Erano perciò rimasti con i genitori a lavorare il podere. E in qualche occasione avevano dato ospitalità ai sappisti di Chiavica quando questi avevano bisogno di dormire fuori casa.

Vito, Rino e Geo dormivano in una stanza al piano superiore. Era passata da poco la mezzanotte ed era iniziata la nuova giornata del 16 settembre quando il padre e la madre sentirono forti colpi alla porta di casa e alte grida. Erano i tedeschi. I genitori si spaventarono subito per i figli renitenti alla leva e la madre corse ad avvertirli. Il padre, in cucina, vide la porta crollare sul pavimento divelta da robuste spallate. Uomini con l’uniforme tedesca ed altri con quella dei brigatisti neri balzarono dentro.

Al piano di sopra i tre figli, svegliati dalla madre, cercarono di saltare dalla finestra per trovare una via di scampo. Rino fu il primo a saltare e fu catturato dai soldati tedeschi che avevano circondato la casa illuminandola con razzi lanciati nel cielo. Gli altri due fratelli rinunciarono al salto e scesero in cucina, dove poco dopo venne trascinato anche Rino.

Urlando minacce e bestemmie i fascisti italiani e tedeschi pestarono i tre giovani con pugni e calci. Poi se ne andarono lasciando sul pavimento malconci Vito e Geo e portandosi dietro Rino.

Al mattino il corpo privo di vita e straziato del giovane Rino fu trovato nel fosso che corre accanto alla strada, ad alcune centinaia di metri dalla casa. La salma venne ricomposta. Aveva una ventina di fori di proiettili nella schiena ed entrambe le braccia spezzate.

Lungo la via Umido, che da Bubano conduce a Imola, nel luogo esatto dove fu rinvenuto il cadavere del povero Rino Geminiani, si erge un semplice, modesto cippo di marmo bianco. Sulla lapide è scritto: «Il giorno 16.9.1944 / fu qui ucciso / Rino Geminiani / che preferì / virilmente / il supremo sacrificio / all’onta del servire / la barbaria nazifascista». Nella vicina frazione imolese di San Prospero c’è una strada che porta il suo nome.

(testo tratto dal libro «La rossa primavera. Esperienze di lotta partigiana sulla Faggiola, sul Falterona e nella Bassa imolese», di Graziano «Mirco» Zappi»)

NELLE FOTO: IL CIPPO DI VIA UMIDO CHE RICORDA IL SACRIFICIO DI RINO GEMINIANI
E LA STRADA A LUI INTITOLATA NELLA VICINA FRAZIONE DI SAN PROSPERO

Uccisi dai fascisti a San Prospero: Ugo Masrati, Giuseppe Casadio Gaddoni e Natale Bolognesi