L'antifascismo italiano in difesa della Spagna repubblicana

L’antifascismo italiano in difesa della Spagna repubblicana

Il 17 luglio 1936 le truppe di stanza in Marocco insorgono e il giorno seguente la rivolta si estende a tutta la Spagna. E’ l’inizio della guerra civile. I generali golpisti pensano di impadronirsi rapidamente del Paese, confidando nel sostegno militare di Italia e Germania, che da lì a poco saranno unite da un Patto d’Acciaio, che verrà siglato da Mussolini e Hitler nell’ottobre di quello stesso anno.

L’appoggio italiano ai militari golpisti spagnoli sarà ingente: Mussolini invierà in Spagna quasi 80.000 uomini. Di questi ne moriranno 6.000. Altri 15.000 resteranno feriti. La Germania si limiterà invece all’invio di circa 6.500 uomini incorporati in reparti di mezzi blindati e nell’unità aerea soprannominata «Legione Condor», che potranno così sperimentare in Spagna le devastanti tattiche di guerra basate sull’uso manovrato di mezzi corazzati e sui bombardamenti a tappeto di popolazioni inermi.

Ma, rispetto le iniziali aspettative, la guerra si rivelerà invece lunga e sanguinosa. Anche perché sul fronte opposto, esuli da tutto il mondo accorreranno in difesa della legittima Repubblica spagnola. Tra questi, anche molti italiani, fuoriusciti dal Paese dopo le leggi fascistissime del 1926. Per gli antifascisti sarà la prima occasione per combattere a viso aperto il regime mussoliniano.

Saranno più di 4 mila a partire per la Spagna. «L’aiuto degli antifascisti italiani al legittimo Governo spagnolo è stato, nonostante le difficili condizioni di clandestinità in cui essi operavano, di rilevante importanza – racconta lo storico imolese Benito Benati nel suo libro “Storie dimenticate da non dimenticare” -. Tutti i partiti democratici e antifascisti italiani hanno partecipato alle Brigate internazionali inviando in Spagna, assieme ai loro combattenti, anche i loro massimi dirigenti politici che, rientrando in Italia dopo la sconfitta dell’esercito repubblicano e dopo l’8 settembre 1943, parteciparono poi alla Resistenza e, nel successivo dopoguerra, alla ricostruzione e al governo del nostro Paese».

Le sofferenze affrontate dai volontari internazionali per la causa repubblicana, però, non furono solo quelle legate all’orrore di una guerra civile combattuta ferocemente su ogni fronte, ma compresero anche le più disparate peripezie che la maggior parte di loro dovette affrontare per arrivare in Spagna, attraversando mezza Europa in fuga dalle polizie di diverse nazioni.

«Inviare più di 4 mila persone in terra di Spagna – scrive ancora Benati – , sfuggendo al controllo della polizia fascista, fu un’impresa di grande rilievo, che dimostrò quanto fosse diffusa e capillare la struttura clandestina dell’antifascismo, che sei anni più tardi fu chiamata ad un compito ancor più impegnativo: organizzare in Italia la lotta armata al nazifascismo».

Dall’Emilia Romagna partirono 431 volontari (426 uomini e 5 donne). Pesantissimo il tributo di sangue versato. Di essi, 96 caddero in combattimento: 40 provenivano dalla provincia di Bologna. Dai Comuni dell’imolese partirono 32 combattenti così suddivisi: 21 da Imola, 2 da Castel San Pietro, 2 da Mordano, 1 da Castel del Rio, 2 da Dozza imolese, 2 da Castel Guelfo e 2 da Fontanelice.

Di essi, 5 non fecero più ritorno: Adelmo Bacchilega di Mordano, Attilio Bulzamini e Roberto Zanelli di Imola caddero in battaglia; Alberto Andreini di Imola scomparve in Francia e non se ne seppe più nulla essendo stato arruolato coattivamente e inviato al fronte; un altro imolese, Enea Landini, che era riparato in Belgio, venne fucilato dai nazisti per la sua attività antifascista. I feriti furono 10, dei quali 5 con ferite gravi e invalidanti: Alfredo Drei di Dozza, Primo Giordani, Renato Spadoni, Andrea Tosi e Alfredo Zanarini di Imola.

Dopo l’8 settembre 1943, data dell’armistizio tra Italia e Alleati, gli antifascisti imolesi superstiti che erano rimasti all’estero rientrarono in gran parte in patria e molti di essi parteciparono alla Resistenza. Continuarono la lotta antifascista in Italia in modi e forme diversi gli imolesi Alessandro Bianconcini, Ugo Guadagnini e Giovanna Zanarini, Roberto Gherardi di Castel Guelfo, Vincenzo Lanzoni e Fabio Ricci di Fontanelice. Lodovico Bulzamini, invece, partecipò alla Resistenza in Belgio, mentre Ettore Martelli di Castel Guelfo, Giulio Peggi di Castel San Pietro e gli imolesi Andrea Tosi, Giulio Vespignani ed Ezio Zanelli furono attivi militanti della resistenza francese.

Alessandro Bianconcini e Roberto Gherardi in questa lotta persero la vita. Bianconcini, catturato dalle brigate nere, verrà fucilato a Bologna il 27 gennaio 1944 e, in onore del suo sacrificio, prese il suo nome la 36ª Brigata Garibaldi che operò nell’appennino tosco-romagnolo. Roberto Gherardi, vicecommissario politico della 36ª Brigata Garibaldi, cadde in combattimento a Purocielo l’11 ottobre 1944 e sarà poi insignito di Medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

(Testo tratto dal libro «Storie dimenticate da non dimenticare», scritto dallo storico imolese Benito Benati)