La sepoltura-monumento del bubanese Dante Cassani, il partigiano «Gario»

La sepoltura-monumento del bubanese Dante Cassani, il partigiano «Gario»

Il bubanese Dante Cassani, «Gario», e il riolese Luigi Zauli, «Libero», caddero in combattimento il 23 febbraio 1944 all’Albergo di Cortecchio, in località Cortecchio, tra Palazzuolo sul Senio e Castel del Rio, durante un rastrellamento attuato dai militi repubblichini. I corpi dei due poveri ragazzi, entrambi diciassettenni, furono poi raccolti dai contadini del luogo, disobbedendo agli ordini dei fascisti, e tumulati nel cimitero di Badia di Susinana. La salma di Cassani verrà poi traslata al cimitero di Bubano, dove sorge una sepoltura-monumento a lui dedicata.

Sulla lapide la fotografia, corredata di cognome e nome, data di nascita e di morte e per epitaffio una strofa della poesia che Salvatore Quasimodo ha dedicato «Ai quindici di piazzale Loreto», ovvero la poesia che rievoca la fucilazione di quindici partigiani da parte dei fascisti della brigata Muti e l’esposizione dei loro cadaveri a piazzale Loreto, a Milano, il 10 agosto 1944: «La nostra non è guardia di tristezza / non è veglia di lacrime alle tombe / la morte non dà ombre quando è vita».

«L’idea del monumento – spiega una targa – ha origine dagli avvenimenti che si svolsero sulle pendici della Faggiola, dove alcuni giovani antifascisti si contrapposero a reparti di camicie nere della Repubblica di Salò: venti contro quattrocento. Ne seguì un feroce accanimento sui prigionieri e sui corpi degli uccisi. Cassani fu certamente il primo caduto per la libertà nella vallata del Santerno».

A seguire la chiave di lettura artistica: «L’opera – spiega ancora la targa – si propone, per precisa scelta compositiva e ideale, fuori dalle consuete forme rituali, perciò svolge la sua narrazione su vari livelli del prato: il sarcofago-monolite e custode della salma sta alle arenarie appenniniche come il muro arcuato e sbrecciato, a cui fa perno la figura statica e verticale, sta a significare la volontà di resistere all’arrogante violenza fascista».

Una seconda targa rende merito agli ideatori di tutto ciò: «Opera voluta e pensata da Ippolito Leopoldi e Raffaele Mondini. Anno 1962». Nato a Imola il 5 novembre 1930, partigiano in giovane età (collaborò con la brigata Sap Imola), il professor Raffaele Mondini è stato un artista tanto importante quanto schivo alla notorietà ed all’esposizione mediatica. E’ da annoverare tra gli artisti del Novecento più rappresentativi e qualificati di Imola ed uno dei pochi che possa vantare una partecipazione alla Biennale di Venezia.