Dante Cassani, il partigiano «Gario», da Bubano a Cortecchio

Dante Cassani, il partigiano «Gario», da Bubano a Cortecchio

«L’Albergo» era un edificio semidiroccato posto nel fianco nord-est del monte Faggiola, al confine tra Emilia Romagna e Toscana. Era chiamato così perché in passato, trovandosi in prossimità della dogana che segnava il confine tra lo Stato pontificio e il Granducato di Toscana, era stato utilizzato proprio come albergo. Poi era divenuto un’abitazione colonica.

Disabitato da tempo e ormai in rovina, serviva da rifugio ai pastori e come riparo per le bestie quand’erano al pascolo. Ma nel gennaio del 1944 divenne la base di un gruppo di partigiani bolognesi, imolesi e faentini guidato da Giovanni Nardi, «Caio», e da Luigi Tinti, «Bob». Erano una ventina, male armati e peggio equipaggiati.

Il casolare si trovava in una conca di monti chiamata Cortecchio, ad una altezza di settecento metri. Più in alto, sui mille metri, si levava la sagoma del monte Faggiola. In basso, verso est, scorreva un tortuoso torrente le cui acque si insinuavano tra massi giganteschi e rimbalzano su grandi lastroni originando numerose cascate.

Era pieno inverno. E in qualche punto il freddo aveva prodotto dei grossi e lunghi ghiaccioli. Proprio sotto la casa la cascata s’era gelata e dietro ai ghiaccioli s’era formata una sorta di grotta. Sul fianco del torrente si dipanava un sentiero che collegava Cortecchio con la strada provinciale. Dall’Albergo ci volevano un paio d’ore per raggiungere la Casa dei Marenghi, nei pressi di Badia di Susinana, dove le staffette provenienti da Imola e Riolo Bagni lasciavano i rifornimenti.

Il gruppo di Caio non era il primo a giungere nella vecchia casa. Il 10 novembre 1943 vi aveva fatto base un primo nucleo di partigiani composto da una quindicina di uomini provenienti dalle zone di Conselice, Massa Lombarda e Riolo, comandati da Andrea Gualandi, «Bruno». Erano rimasti lì una decina di giorni, poi una forte nevicata aveva reso impossibile il vettovagliamento e così avevano deciso di trasferirsi sul monte Falterona per aggregarsi ad una formazione partigiana più grande e organizzata.

Il gruppo di Caio e Bob, invece, doveva attendere l’arrivo di altri uomini e verificare la possibilità di dislocare nella zona una brigata partigiana. E se ciò non fosse risultato possibile avrebbe dovuto raggiungere anch’esso il Falterona.

Tra gli imolesi giunti all’Albergo a metà gennaio anche due giovani bubanesi: l’apprendista sarto Dante Cassani e lo studente liceale Graziano Zappi. Diciassette anni il primo, un anno in meno il secondo. Già appartenenti al Gruppo antifascista giovanile organizzatosi nella frazione di Bubano, al loro attivo avevano l’attacchinaggio notturno di volantini di propaganda antifascista in quel di Moreto (il nuovo nome attribuito a Mordano dopo il tradimento del suo concittadino eccellente Dino Grandi), roccaforte del risorto fascismo repubblichino, ma anche nelle vicine Bagnara, Lugo, Massa Lombarda, Cantalupo, Sasso Morelli, raggiunte in bicicletta.

Poi la decisione di unirsi ai «gruppi di ribelli» che si stavano organizzando lassù sulle montagne e la partenza all’insaputa delle proprie famiglie. Il giorno dopo il loro arrivo si tenne il «ribattesimo». A ognuno venne dato un nome nuovo, un nome di battaglia. Era per precauzione. I nomi veri non si dovevano conoscere. Se qualcuno, fatto prigioniero, non avesse resistito alle torture e avesse parlato, non avrebbe potuto in ogni caso rivelare la vera identità degli altri compagni. Avrebbe potuto solo fare dei nomi inventati, salvaguardando le famiglie dalle ritorsioni dei fascisti. Così Dante Cassani divenne «Gario» e Graziano Zappi venne chiamato «Mirco» su proposta di Caio, che volle ricordare in tal modo un partigiano jugoslavo suo amico. Quel nome, Mirco, gli sarebbe rimasto per tutta la vita.

A metà febbraio cominciò a nevicare giorno e notte, senza interruzione. «La coltre di neve raggiunse lo spessore di un metro e in certi punti il vento ne ammassò anche di più. Poi ci furono alcuni giorni di sole. La conca di Cortecchio era meravigliosa con quel manto bianco scintillante picchiettato qua e là dalle cime merlate degli alberi spogli e da qualche arbusto sempreverde», racconterà Mirco nel libro «La rossa primavera».

Ma faceva freddo, tanto freddo. Il fuoco del camino non bastava mai e le coperte erano scarse. Caio radunò tutti: «Ragazzi, qui non possiamo resistere a lungo. Ci occorrono viveri, indumenti di lana, coperte, armi efficienti, munizioni asciutte». Si decise che l’indomani lo stesso Caio sarebbe sceso a Imola per consultarsi con l’organizzazione politica e prendere una decisione su ciò che conveniva fare. Bob l’avrebbe sostituito temporaneamente come comandante.

La sera del 22 febbraio si scatenò una violenta bufera di neve. Gli uomini di guardia segnalarono la presenza di luci sul monte Faggiola. Bob fece uscire due pattuglie. Una rientrò quasi subito per l’impraticabilità dei sentieri. L’altra raggiunse Casa di Mezzo e ritornò spiegando che quella era l’ultima notte di carnevale e le luci vaganti appartenevano certamente a un gruppo di giovani che si stavano divertendo.

Proprio quella sera, ai venti uomini dell’Albergo s’aggiunsero quattro reclute provenienti da Bologna e Riolo Bagni. Vennero rifocillati e si intrecciarono le domande e le risposte sulla «vita laggiù» e sulla «vita quassù». Le luci vaganti erano dimenticate. Era già passata la mezzanotte quando nell’Albergo tutto tornò tranquillo. Fuori infuriava la tormenta di neve.

Il mattino del 23 febbraio il primo ad alzarsi fu Bob, che si recò a prendere il latte dai contadini di Cortecchio. Poi uscì la pattuglia che doveva scendere a ritirare alcuni sacchi di patate al magazzino di Casa dei Marenghi. Erano in cinque: Cavina, Mirco, Sbagòli, Teo e Bill. Per non appesantirsi troppo non presero i fucili, solo una pistola e qualche bomba a mano. I nuovi arrivati dormivano ancora nonostante il trambusto.

Gli uomini partirono in fila indiana seguendo il sentiero che costeggiava il torrente. La neve era alta e, per faticare meno, chi seguiva metteva il piede nell’orma di chi lo precedeva. Scesero alcune centinaia di metri e d’un tratto sentirono urlare. Le voci provenivano dall’alto del crinale a ferro di cavallo tra Cortecchio e Sommorio. Scorsero dei puntini scuri sulla montagna bianca. Non si riusciva a distinguere cosa gridassero. Poi una mitragliatrice cominciò a sgranare i suoi colpi. L’eco delle raffiche si spanse in tutta la valle mentre i colpi sollevavano zampilli di neve.

Intanto nell’Albergo Athos era appena smontato dal turno di guardia e stava scaldandosi accanto al camino quando s’udì la raffica di mitraglia sparata contro la pattuglia che era uscita per recarsi a prelevare i rifornimenti. Dopo un primo momento di sorpresa e di confusione lui e gli altri avevano afferrato i fucili ed erano corsi all’esterno. I fascisti stavano lassù, sopra il crinale, e ora sparavano verso di loro.

I partigiani rimasti nella casa presero posizione presso porte e finestre e iniziarono a rispondere al fuoco con le armi che erano state abbandonate dai soldati italiani dopo l’8 settembre. Solo fucili, qualche bomba mano e nessuna arma automatica. Ma erano state mal conservate e molte cartucce non funzionavano, inceppando i fucili. Mentre i fascisti, circa un centinaio, disponevano di armi automatiche e di mortai. Lo scontro era senza speranza: troppi i nemici e troppo bene armati.

Il comandante ordinò di abbandonare il casale prima che i fascisti completassero l’accerchiamento e di spostarsi verso Cortecchio. Il sentiero era battuto dalla mitragliatrice nemica. Bisognava fare una rapida corsa tra una raffica e l’altra e ci voleva un gran sangue freddo. Così uscirono da porte e finestre del retro, si gettarono verso lastroni e ghiacci del torrente, ne risalirono il corso finché, stremati, non si ritennero sufficientemente al sicuro.

Ma giù si sparava ancora. I partigiani fuggiti si contarono: erano una dozzina. Oltre a quelli usciti per i rifornimenti, mancavano alcuni compagni, tra cui Gario, Libero e due di quelli che erano arrivati quella notte. Invece di fuggire si erano attardati nella casa a copertura dello sganciamento dei compagni. E per loro ormai non c’era più scampo.

Il combattimento si protrasse ancora a lungo. Il casale, bombardato coi mortai, crollò in parte. Il bubanese Dante Cassani, «Gario», e il riolese Luigi Zauli, «Libero», caddero colpiti a morte. Altri due partigiani diciassettenni di Bologna, Germano Giovannini, «il Biondo», e Rossano Mazza «Franco», finite le munizioni si arresero. Nello scontro restò ucciso anche il comandante della colonna fascista: il caposquadra della Guardia nazionale repubblicana di Imola, Primo Brini.

I corpi dei due partigiani caduti vennero trascinati nella neve, derubati di ogni oggetto, denudati e presi a calci e sputi. I due prigionieri vennero malmenati e poi costretti, a piedi nudi, a trasportare sopra una scala il corpo del fascista ucciso fino a Badia di Susinana. Qualche mese dopo, approfittando della confusione creata da un bombardamento alleato, riusciranno a fuggire dal carcere e a unirsi nuovamente alla resistenza. Germano Giovannini cadrà nell’ottobre 1944 durante un rastrellamento tedesco a Rasiglio di monte San Pietro. Rossano Mazza parteciperà nel novembre 1944 alla battaglia di porta Lame e allo scontro della Bolognina, dove rimarrà ferito. Catturato dai brigatisti neri, verrà fucilato al poligono di tiro di Bologna.

Dopo il rastrellamento del 23 febbraio 1944, i partigiani superstiti del gruppo di Caio si aggregarono alle formazioni in fase di costituzione su monte Falterona. Qualche tempo dopo, quando le formazioni del Falterona furono disperse dai tedeschi, gli imolesi tornarono nella zona di monte Faggiola e diedero vita quella che diventerà la 36ª brigata Garibaldi «Alessandro Bianconcini», forte di ben 1.600 uomini.

NELLA FOTO: «L'ALBERGO» DI CORTECCHIO, CHE FU BASE PARTIGIANA